Eventi e Attività

Sabato 18 aprile - ore 21.30

Ingresso libero!

Il Frantoio avrà l'onore di ospitare i Marasà, storico gruppo calabrese che da anni incanta il pubblico con la sua particolare capacità di fondere gli strumenti e la musica tradizionale della nostra terra con quelli rock e più moderni, senza mai scendere nel banale, riuscendo in un revival folk che è tutto da ascoltare. Un alternarsi di melodie e ritmi frenetici, frutto di approfondite ricerche negli anfratti della nostra tradizione musicale più pura, la tarantella, e sui suoi più celebri rappresentanti.

Il gruppo ha collaborato con artisti quali Piero Pelù, Ginevra di Marco, Francesco Magnelli, il maestro Giovanni Roselli, primo flauto dell'orchestra di Catania.

 

 

L'ultimo album è Arsura. In un'intervista svolta da Francesco Lesce per www.linkingcalabria.it, pubblicata poi sul sito di Reset Italia, viene loro chiesto:

Da anni i Marasà cercano di orientare la musica di tradizione verso una dimensione più organizzata di rielaborazione e di ascolto. Arsura sembra seguire la scia: dice all’orecchio di fermarsi, sospende per un attimo la frenesia danzereccia, resiste alla cattiva filosofia del “tunz tunz”, assai in voga di questi tempi. Insieme a voi ci sono riusciti pochi altri. Mi vengono in mente Sasà Megna, col disco CantaTuru e i Totarella con Pascolo abusivo. Ma il buon revival in Calabria resta tutt’oggi una pietanza insolita. Raramente la riproposta in chiave moderna della musica folklorica sembra infatti raggiungere esiti “artistici” e troppo spesso degrada in un’immagine stantia di calabresità “tarallucci e vino”. Qual è il tuo pensiero in proposito?

In effetti il disco l’abbiamo pensato e realizzato per essere “ascoltato”, non è certo una compilation di canzoni “a ballu”, anche se ci sono alcune canzoni molto ritmate e ballabili. Dal vivo proponiamo uno spettacolo che coinvolge molto il pubblico nella danza, è naturale e giusto andare incontro ai gusti della gente, entro certi limiti. Ma se ci capita, come ci è capitato, di suonare nei teatri o all’estero la musica cambia, è inevitabile. Un disco invece è qualcosa di diverso: è fatto di canzoni, lente e ritmate, tristi e allegre, non ci sono regole. La tavolozza dei colori è a disposizione, e noi cerchiamo di usare tutti i colori possibili. Abbiamo cercato di essere sinceri con noi stessi e fare la musica che ci piace, seguire l’istinto senza pensare ad un ipotetico mercato. Anche nei testi ci siamo messi a nudo, non ci siamo detti “scriviamo una canzone sulla disoccupazione, sulla crisi, sulle strade dissestate”. Queste sono cose che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, ci è venuto spontaneo esorcizzarle e tramutarle in musica.

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